Donato Tramparulo
utopia
L'architettura del riflesso: dove la pietra si fa miraggio.
Sul progetto
Anno 2025
L’Utopia, nel senso più stretto del termine, è un “non-luogo”; una coordinata geografica che sfugge alla mappa per rifugiarsi nell’astrazione. In questa serie fotografica, l’utopia non viene presentata come un paradiso irraggiungibile, ma come una distorsione del reale. Le mura di pietra, le torri e gli scorci urbani perdono la loro gravità per fondersi con il loro riflesso, creando una dimensione liminale dove il sopra e il sotto perdono di significato.
Qui, l’arte immaginaria agisce come un catalizzatore: non si limita a documentare l’esistente, ma lo trascina in un sogno lucido dove la solidità è solo un’illusione. L’acqua non è più un elemento naturale, ma diventa la superficie su cui si proietta il desiderio di permanenza che si scontra con la fragilità dell’immagine. Esplorare ciò che non esiste nella realtà fisica significa, per noi, abitare il confine tra il visibile e l’evocato. Queste vedute diventano “progetti irrealizzabili” non perché manchino di fondamenta, ma perché la loro vera essenza risiede nel battito di ciglia tra la materia e la sua ombra liquida. È un invito a guardare oltre il paesaggio, trovando nel riflesso quella verità silenziosa che la luce diretta non può rivelare: che ogni costruzione umana è, in fondo, un’aspirazione verso l’etereo.
Portfolio Vivo
Il Portfolio Vivo è uno spazio di presenza temporanea. Ogni progetto qui esposto non rappresenta un punto di arrivo, ma una fase attraversata: un ecco dove sono ora.
La sua natura non è quella di restare, ma di lasciare spazio al cambiamento, alla revisione, a un nuovo tassello che verrà. All’interno del Collettivo, questa temporaneità ha un valore simbolico preciso: rende visibile il processo, legittima l’evoluzione e trasforma l’esposizione in una responsabilità narrativa condivisa. Ciò che conta non è accumulare lavori, ma abitare consapevolmente il proprio tempo di ricerca.
Sull’autore
Donato Tramparulo
Ho sempre camminato con il sospetto che la realtà sia solo un velo sottile, pronto a strapparsi al primo soffio di vento. Il mio lavoro nasce da un’urgenza silenziosa: quella di smarrire la strada maestra per ritrovarmi in spazi dove il tempo non scorre, ma ristagna. Non cerco la perfezione della luce, ma la verità del riflesso, quel momento in cui la pietra smette di pesare e si concede il lusso di diventare un’ombra liquida. In ogni scatto ho cercato di trattenere il respiro, quasi a temere che un’increspatura potesse cancellare il mondo che stavo scoprendo; un mondo fatto di architetture che si specchiano nel nulla per trovarvi la propria anima. Per me, fotografare non è un atto di testimonianza, ma un rituale di isolamento emotivo, un modo per abitare quell’Utopia dove ciò che vedo conta meno di ciò che sento: una solitudine vibrante che trasforma ogni muro e ogni vicolo in un frammento del mio paesaggio interiore.

