Alessandro Russo
asperità
Il corpo diventa terra, il silenzio si fa roccia.
Sul progetto
Anno 2025
La solitudine non è vuoto, ma spazio consacrato.
È il margine in cui il corpo si fa rito, dove ogni gesto diventa preghiera muta, ogni postura un altare innalzato al silenzio. In questi paesaggi aspri e nudi, la figura non è mai semplice presenza.
È un segno che interroga, un’offerta silenziosa al tempo e alla materia. La roccia accoglie il peso del corpo come se ne fosse custode antica, il cielo lo sospende in una dimensione altra, mentre il nero delle vesti amplifica l’eco di un rito senza spettatori. La ritualità che attraversa queste immagini non appartiene a una religione precisa, ma a un bisogno primordiale: dare forma all’invisibile, riconoscere il limite e abitarlo, scoprire nell’isolamento la possibilità di un contatto più profondo.
Il corpo diventa terra, il silenzio si fa roccia.
Tra le pieghe del paesaggio cerco il confine che mi separa e mi unisce al mondo.
Ogni fotografia è gesto e testimonianza, una traccia che non cerca spiegazioni ma evocazioni.
Come nei riti arcaici, dove il senso non era nel comprendere, ma nel lasciarsi trasformare dall’esperienza, così lo sguardo è invitato a sostare, a farsi partecipe di un silenzio che vibra, di una solitudine che non isola, ma apre un varco verso l’essenziale.
Portfolio Vivo
Il Portfolio Vivo è uno spazio di presenza temporanea. Ogni progetto qui esposto non rappresenta un punto di arrivo, ma una fase attraversata: un ecco dove sono ora.
La sua natura non è quella di restare, ma di lasciare spazio al cambiamento, alla revisione, a un nuovo tassello che verrà. All’interno del Collettivo, questa temporaneità ha un valore simbolico preciso: rende visibile il processo, legittima l’evoluzione e trasforma l’esposizione in una responsabilità narrativa condivisa. Ciò che conta non è accumulare lavori, ma abitare consapevolmente il proprio tempo di ricerca.
Sull’autore
Alessandro Russo
Sono un grande appassionato di immagini: l’attrazione per le illustrazioni, la fotografia, la manipolazione digitale, hanno sempre accompagnato il mio percorso di crescita e di formazione sia professionale che personale. Ho studiato Architettura e lavorato nel mondo del design per molti anni, è in quest’ambito che è nata una forte spinta che mi ha avvicinato alla fotografia: la necessità di rappresentare il fermento che stavo vivendo attivamente. Da lì in avanti il mezzo fotografico non mi ha più abbandonato e, anzi, ha alimentato le mie sperimentazioni in ambiti anche molto distanti da quelli iniziali. Seppure oggi mi occupi di altro, la mia fotografia si è evoluta e punta ad uno stile diverso.
Ho cominciato ad avvicinarmi al ritratto fotografico e me ne sono innamorato, anche se intendo il genere in modo molto ampio. Lo scambio con le persone, relazionarmi in modo empatico e tradurre tutti gli input che ricevo in immagini: è questa la linea guida del mio lavoro. Ho condensato tutta la mia ricerca su questi aspetti, tanto da focalizzarmi soprattutto sull’importanza di associare al ritratto una storia. Le persone e le loro identità mi interessano e sono l’oggetto principale delle mie sperimentazioni.
Ci sono molti aspetti simbolici nei miei lavori: i colori, i segni, le posizioni che spesso faccio assumere ai miei soggetti sono il frutto di un pensiero sempre condiviso e finalizzato al racconto. A raccontare cosa? Ogni volta è diverso, perché diverse sono le persone che incontro e alle quali chiedo di posare. In questo senso la ‘comunicazione visiva’ assume una connotazione più tangibile: associando una storia ad un ritratto riesco a far immedesimare l’osservatore nella scena che gli sto proponendo.

