Donato Tramparulo
Fuori campo
Ciò che non vediamo può essere la parte più presente della violenza
2026 | Contro la violenza sulle donne
Esposizione presso Ospedale Magati di Scandiano - RE
Una donna attraversa gli spazi della propria casa, ma quello che dovrebbe essere un luogo intimo e protetto si trasforma progressivamente in uno spazio di isolamento. Il corpo appare fragile, ripiegato, quasi sempre raccolto su se stesso; cerca un riparo che sembra non esistere. Divano, pareti, pavimento, angoli e soglie diventano elementi di una quotidianità apparentemente normale, ma sempre più opprimente. Anche gli oggetti presenti nelle immagini — un telefono, alcuni abiti, gli spazi domestici — assumono una presenza diversa: sono tracce di una vita ordinaria dentro una situazione che ordinaria non è.
La violenza non viene mostrata direttamente. Non c’è un aggressore, non c’è un gesto esplicito, non c’è una scena da osservare. C’è invece la sua conseguenza sul corpo e sullo spazio: la progressiva rinuncia a occupare un luogo, a mostrarsi, a sentirsi al sicuro. Immagine dopo immagine, lo spazio disponibile sembra restringersi fino a lasciare la figura sola, rannicchiata, quasi inghiottita dall’ambiente che la circonda.
È un racconto costruito sul fuori campo, su ciò che non vediamo ma che impariamo a percepire. Perché la violenza sulle donne non coincide soltanto con il momento in cui viene esercitata: può abitare il silenzio, la paura, l’attesa, l’isolamento e quella lenta trasformazione della propria casa da rifugio a luogo da cui non si riesce più a fuggire.
Progetto Magati
Progetto MAGATI è un percorso fotografico collettivo promosso da ContrastoLab in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che ricorre ogni anno il 25 novembre. Il progetto si sviluppa lungo l’arco dell’anno attraverso una serie di checkpoint, momenti di confronto e avanzamento del lavoro, finalizzati alla costruzione di una mostra fotografica ospitata presso l’Ospedale MAGATI di Scandiano, luogo simbolico di cura, ascolto e responsabilità sociale.
Questa iniziativa non è pensata come una semplice esposizione finale, ma come un cammino condiviso che utilizza la fotografia come strumento di riflessione, presa di posizione e presenza attiva nel territorio, culminando nell’evento espositivo del 25 novembre come momento pubblico di restituzione e responsabilità collettiva.
Sull’autore
Donato Tramparulo
Ho sempre camminato con il sospetto che la realtà sia solo un velo sottile, pronto a strapparsi al primo soffio di vento. Il mio lavoro nasce da un’urgenza silenziosa: quella di smarrire la strada maestra per ritrovarmi in spazi dove il tempo non scorre, ma ristagna. Non cerco la perfezione della luce, ma la verità del riflesso, quel momento in cui la pietra smette di pesare e si concede il lusso di diventare un’ombra liquida. In ogni scatto ho cercato di trattenere il respiro, quasi a temere che un’increspatura potesse cancellare il mondo che stavo scoprendo; un mondo fatto di architetture che si specchiano nel nulla per trovarvi la propria anima. Per me, fotografare non è un atto di testimonianza, ma un rituale di isolamento emotivo, un modo per abitare quell’Utopia dove ciò che vedo conta meno di ciò che sento: una solitudine vibrante che trasforma ogni muro e ogni vicolo in un frammento del mio paesaggio interiore.

